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A Monicelli la cittadinanza onoraria fiorentina

Inserito da admin • Mag 8th, 2009 • Categoria: Cinema


Il famoso raid alla stazione di FirenzeCon le vicende di Mascetti, Perozzi, Necchi, Melandri e Sassaroli, il regista, oggi 94enne, regala alla città un capolavoro e agli amanti del genere la testimonianza dell’ironia e del genio di un popolo. Dopo oltre 30 anni Firenze lo ringrazia con la cittadinanza onoraria. Spezzoni imparati a mente e tramandati di padre in figlio. Così un film è diventato una sorta di manifesto.
«Babboooo!». Lucianino chiede silenzio perchè vuole dormire. Il Perozzi, del figliolo, non ne può più. «Eh, babbo una sega» risponde buttando le carte a metà scopone. «Questo è un bambino particolare, io uno così un l’ho mai visto. Gli manca completamente il senso dell’umorismo, anzi c’ha… come si dice il contrario?». «Il senso di rompere i coglioni» fa il Necchi, barista di San Niccolò, rapido come una tazzina di caffè su un bancone.
Firenze, 1975. Mario Monicelli, dietro la macchina da presa, dirige un’orchestra di attori indimenticabili e regala alla città un’opera che diventa un manifesto culturale. Martedì alle 17,30, nel salone de’Dugento in Palazzo Vecchio, il maestro, 94 anni e la lingua più saggia e ironica che mai, diventa cittadino onorario. Ci saranno il sindaco Domenici e il presidente del Consiglio comunale, Cruccolini. Ci saranno spezzoni di film, ricordi e parole. Il conferimento, deliberato dallo stesso consiglio a gennaio, va a colui che «ha scavato un solco così profondo nella memoria collettiva, disegnando quei tratti tipici della ‘fiorentinità’, uno spaccato della città che riesce a trasformare amarezze e sofferenze in pura battuta».

Prima della consegna della cittadinanza, il regista sarà festeggiato anche alla Casa del popolo fratelli Taddei-San Quirico in via Pisana. Monicelli insomma diventerà fiorentino. Meglio così, ma lo era già da 35 anni. Da quando, con i 5 «amici miei» ha affidato alla bobina di un film, l’ultimo respiro di una fiorentinità autentica, prima che il tempo, come dappertutto, ne sfumasse i confini. Lui, «Amici miei» fa giurisprudenza, è una poesia da imparare a memoria per forza, da piccini, insieme al ‘Sarti, Magnini, Cervato…’ dello scudetto del ‘56.
«Amici miei» è marchio di fabbrica, vino doc, passaporto per la città, libro di frasi mitiche da imparare per capire una Firenze spigolosa e beffarda, dolce e ostile, dissacrante e però irresistibile. Una Firenze, quella del film, nuvolosa e grigia, dove aleggia il senso di morte e vien preso a schiaffi, ogni volta, dall’ironia feroce e infantile, dalla voglia di non crescere. Preso a schiaffi come i passeggeri dei treni al Campo di Marte, come l’ipocrisia di una società imbalsamata e provinciale, come la vecchiaia che arriva prima o poi per forza ma viene accolta a forza di ’supercazzole’.

Monicelli capì tutto, subito. E se la cittadinanza va anche, per carità, a un Leone d’oro di Venezia, al regista de ‘La grande guerra’, di ‘Un borghese piccolo piccolo’, dell’ ‘Armata Brancaleone’, insomma a un maestro della commedia all’italiana, qui, c’è poco da fare, va al babbo di Amici miei. E ci piacerebbe andasse, idealmente, anche al geniale Perozzi, allo spiccio Necchi («Già che tu ci sei vai anche un minutino affanculo..»), al diabolico Sassaroli, al Melandri, strampalato e irriverente. E al Conte Mascetti, nobile alla canna del gas con in tasca solo una risata. Che, c’hanno insegnato, riscatta ogni cosa. Questa medaglia arrivi anche a loro, agli ‘amici nostri’, quasi tutti volati in cielo nell’ultima ‘zingarata’ a far dannare anche gli angeli.
A tutti loro. E a una Firenze che non c’è più.

Fonte: Quotidiano Il Firenze del 7 Maggio 2009

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